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Luca Maniscalco

AI & Storytelling: il rapporto tra innovazione e media

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È appena uscito uno studio Ocse/OECD Social, Employment and Migration Working Papers dal titolo “The impact of AI on the workplace: Main findings from the OECD AI surveys of employers and workers”, uno studio massiccio su tecnologie e innovazioni con un’approfondita analisi sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale sul mercato del lavoro. Molti degli imprenditori ascoltati nel sondaggio affermano che l’AI è stata implementata per migliorare la performance del proprio staff e per ridurre il costo del lavoro. 

Tuttavia, per i lavoratori non è semplice interfacciarsi con la rivoluzione in atto: più della metà dei lavoratori intervistati dichiara di essere preoccupato della diffusione dell’AI nel mondo del lavoro. In particolare, il campione di persone ascoltato ha alcuni dubbi sull’immutabilità e la continuazione del proprio ruolo lavorativo.

Tra paure, mancanze di tutele per i lavoratori a basso salario, reale bisogno di formazione continua per i professionisti e necessità di riforme strutturali, le aziende iniziano, però, a introdurre processi di automazione gestiti da applicazioni AI. Ma cosa bisogna davvero temere?

Per rispondere anche a questa domanda, ho intervistato un giornalista, autore, conduttore che tratta i temi legati all’innovazione in TV, Radio e via podcast: Massimo Cerofolini.

In sostanza se andiamo in fondo alla questione deve temere solo chi non si mette in gioco e non prova a formarsi alla luce dei nuovi modelli lavorativi. A rubargli il lavoro non sarà un algoritmo, ma un collega che conosce l’algoritmo.

Con Massimo ho voluto approfondire proprio la narrazione dell’innovazione e come il pubblico italiano è predisposto a questi racconti, a quanto sia disposto ad approfondire, con quali mezzi e seguendo quali tendenze. Approfondimento d’obbligo sul futuro delle professioni o delle “mansioni”.

Massimo, come descriveresti l’innovazione in una frase?

Come diceva lo scrittore francese Albert Camus, “Innovare significa ridurre la quantità netta di dolore nel mondo

Partiamo altissimi con Camus. E in Italia sappiamo raccontare l’innovazione nel modo corretto?

Purtroppo no, primo perché non rientra tra l’interesse del pubblico, spesso ostile in modo pregiudiziale a tutto ciò che odora di tecnologia e di minaccia per le proprie sicurezze acquisite, secondo perché non ci sono abbastanza giornalisti specializzati e laddove ci sono contano poco nelle gerarchie editoriali, terzo perché le stesse aziende tecnologiche e il loro tramite degli uffici stampa si concentrano su aspetti comunicativi freddi (fatturato, tecnicismi, linguaggio da addetti ai lavori) e tralasciano la vera forza di racconto che c’è nell’innovazione: visione, sogno, voglia di risolvere problemi reali a cui mai nessuno ha dato una soluzione, storie personali avvincenti, incontri casuali tra persone che si completano, scelte di vita radicali e via dicendo.

Ecco. E quindi secondo te, cosa deve fare un’azienda o un professionista per diffondere in maniera corretta le proprie attività “innovative”?

Il contrario di quanto si fa ora (vedi sopra)!

Nella tua attività, qual è la storia più bella che hai raccontato in questi anni?

Ce ne sono tante. Mi piace ricordare quella della scienziata del Politecnico di Milano, Marinella Levi, la ricercatrice dai capelli rossi, che come una fata riesce a dare agli oggetti la quarta dimensione, quella del tempo: grazie a una stampante 3D speciale e all’uso di materiali intelligenti come per magia dona alle cose il potere di modificarsi nel tempo, senza uso di energie esterne, ma solo al verificarsi di determinate condizioni esterne, come una folata di calore o una goccia d’acqua. Ecco allora mondi fantastici che si accendono nella mia mente: mobili che un giorno si monteranno da soli senza istruzioni Ikea, dispositivi medici che una volta inseriti nel corpo attiveranno valvole salvavita, antenne che si apriranno nello spazio in totale autonomia…

Parliamo adesso di canali di comunicazione. Tu sei presente su tanti canali: TV, Radio, Podcast, Siti. Ci sono mezzi più o meno adatti? Cosa li accomuna e cosa li differenzia secondo te? 

Ognuno di questi mezzi ha il suo fuoco. Io li pratico tutti con enorme piacere, ma il mio amore è sicuramente per la radio, che ha un calore, un’immediatezza e una libertà di azione non paragonabile agli altri mezzi. Secondo metto il podcast che mi riporta al mio vecchio mestiere di sceneggiatore televisivo, lasciando ampi margini di creatività per costruire storie. I siti e i social sono una necessità di diffusione, di contatto e anche di ricerca di persone e temi. La tv infine ha un linguaggio tutto suo, che deve partire dalle immagini su cui poi costruisci un testo (l’errore che fanno in molti è partire dal testo e poi coprirlo con le immagini). Ma soprattutto la tv ha il vantaggio economico: non sarei mai potuto andare in tempi del futuro come Singapore, Israele, Nigeria, San Francisco o Regno Unito senza il budget che ha la tv.

Bene. Adesso trasformati un po’ in un mago. Cosa vedi tu nel futuro?

Se prevale la parte negativa una guerra infinita per combattere in modo velleitario le conseguenze inevitabili delle automazioni: ci saranno partiti che fonderanno il loro successo su opposizioni isteriche ai cambiamenti tecnologici che ritarderanno soltanto di qualche anno trasformazioni sociali inarrestabili, illudendo chi invece dovrebbe mettersi già da ora a studiare su come prepararsi a un mondo gestito da algoritmi e computer quantistici.
Se prevale quella positiva, vedo un’umanità liberata da tante incombenze alienanti e ripetitive, più sana grazie ai progressi del digitale in campo medico, più collaborativa e capace di offrire a tutti la possibilità di giorni felici.

Quindi se dico Intelligenza Artificiale, tu cosa mi rispondi? 

Che tra un po’ sarà come dire corrente elettrica: non ci faremo più caso, come quando accendiamo la luce. Semplicemente sarà ovunque intorno a noi, in ogni aspetto della nostra vita ci sarà la sua impronta onnipresente. Non è detto che sia sempre un bene. Del resto anche con la corrente negli Stati Uniti fanno funzionare le sedie elettriche.

E se dico ChatGPT? 

Come dire l’invenzione del fuoco, o della stampa, o del pc, fai te.

E nel mondo delle professioni cosa cambierà secondo te? 

Si parla di oltre la metà dei mestieri che cambieranno forma o non esisteranno più. A me più che di lavori piace parlare di mansioni. Nessun lavoro ha mansioni che non saranno trasformate dalle macchine, poche mansioni resteranno prerogativa esclusivamente umana, ma alcune – anche nuove – per fortuna sì.

C’è qualcosa che dobbiamo temere? 

L’avidità degli azionisti e dei proprietari delle grandi compagnie tecnologiche, la sete di potere di chi prima o poi userà questi strumenti per controllare l’opinione pubblica, le ingiustizie e le diseguaglianze di una società in cui le innovazioni non vengano distribuite equamente, le truffe, la disinformazione e gli eccessi violenti che le nuove tecnologie purtroppo permettono. 

O invece qualcosa per cui dobbiamo gioire? 

Un potenziale aumento di creatività, per chi sa usare questi software in modo intelligente, come stimolo per l’immaginazione.

Bio Massimo Cerofolini:

Giornalista e conduttore radiofonico, cura e conduce il programma Eta Beta su Radio1 Rai, dedicato all’innovazione e alle nuove tecnologie. Copre gli stessi temi per il programma televisivo Codice, su Rai1, per i Gr di Radio Rai e per i podcast Codice Beta e Il senso del futuro.

Ha curato rubriche del Giornale Radio Rai e ha condotto il Gr3. Ha lavorato a Tg3, L’Espresso, Italia Oggi, ANSA e Paese Sera.  Come sceneggiatore ha firmato i soggetti di miniserie televisive per Rai1 come Papa Giovanni, Madre Teresa e Papa Luciani.

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